Panico, cocktails e cioccolato

Questo è un post per pochi. Per la maggior parte delle persone che incontreranno queste righe sarà impossibile comprendere le sensazioni dietro a quello che sto per dire. Spero che siate così fortunati da non riuscire a capire nemmeno una parola di quello che leggerete.

Combatti o fuggi

In natura esiste una risposta predefinita davanti al pericolo. Tutti gli animali -uomo compreso- quando si sentono minacciati mettono in atto un sofisticato processo che li prepara ad affrontare il potenziale nemico.

L’amigdala innesca l’ipotalamo, che a sua volta stimola l’ipofisi, che di turno dà il via ad una serie di reazioni a catena che preparano all’azione tramite precise cascate ormonali. Il flusso sanguigno viene inondato da adrenalina, noradrenalina e cortisolo. Il tono muscolare aumenta. Il cuore accelera e diventa più potente. Il respiro si fa serrato. Il tempo sembra rallentare. Sei pronto all’azione. Devi sopravvivere. Combatti o fuggi.

Questa sensazione l’avete già provata in condizioni di pericolo concreto. C’è un piccolo problema però. Il corpo non sa distinguere tra un pericolo fisico contingente -come un leone nella savana- e una situazione di pericolo astratta o non direttamente fisica. Diciamo, prima di un esame la reazione è la stessa. Ma c’è di peggio. Per alcuni di noi il corpo non sa distinguere tra un pericolo attuale ed un pericolo chissà quanto distante nel futuro.

Vi sarà capitato di riflettere sul vostro futuro, lavorativo diciamo, e provare un senso di smarrimento. Il dibattito interiore può durare qualche minuto o qualche ora. Alla fine, si risolve con un nulla di fatto e le cose continuano come prima, senza particolare impatto sul vostro stato d’animo e sulla vostra fisiologia. Non è il momento di combattere o fuggire, ancora.

Ma, se siete come me, le cose stanno diversamente. Pensare a come sarà la vostra vita tra dieci anni o trovarvi faccia a faccia con un cane incazzato non fa differenza per la parte del vostro cervello che coordina la risposta al pericolo. Quindi ogni pensiero che vi proietta ad un’incertezza futura vi mette nelle stesse condizioni illustrate sopra. Combatti o fuggi.

Siccome non si può combattere coi propri pensieri e fuggire dalla propria testa è complicato, il dilemma non è da poco. Solitamente le situazioni di pericolo si risolvono in pochi secondi. Il nostro corpo gestisce bene gli stimoli di questo genere quando sono brevi e intensi. Ma quando nessuna delle due opzioni è disponibile lo stallo può andare avanti parecchio, con risultati nefasti.

Il cortisolo è l’ormone dello stress. Vi siete mai svegliati la mattina col mal di testa dopo aver dormito poche ore? Quella è la sensazione associata all’eccesso di cortisolo nel flusso ematico. L’adrenalina è legata ad un’intensa attività fisica o, appunto, ad un forte stato di paura.

Il cocktail è funzionale per pochi istanti ma patologico se rimane in circolo per un lungo periodo. Da una parte ti impedisce di pensare chiaramente, dall’altra forza la tua mente all’ossessione per il pensiero che ha innescato la reazione. Più esplori questo pensiero, più diventa grande e spaventoso. Così inizia una spirale in cui una paura genera uno stress, lo stress gonfia la paura, e così lo stress cresce ancora. Precisazione, non sto parlando di stress psicologico. Sto parlando di stress fisico. Quello che ti paralizza. Quello che ti tiene immobile a letto. Quello che ti impedisce di aprire gli occhi. Quello che ti accorcia il fiato e ti fa venire voglia di piangere.

Altrimenti detto: attacco di panico

Ho iniziato con la premessa che solo pochi di voi possono capire questa sensazione. Se non vi siete mai trovati in una situazione del genere ne sono davvero lieto perché non lo auguro a nessuno. Se vi ci siete trovati, sappiate che non siete gli unici.

Cause e rimedi

Da appassionato della materia, sono convito che le cause siano prettamente neurologiche e legate alla chimica del cervello. Qualcuno nasce biondo, altri col cervello che ogni tanto fa storie.

Quanto ai rimedi, io sto ancora cercando il mio. Farmaci e altre sostanze psicoattive aiutano -per esperienza- ma abusarne e finire di rovinarsi il cervello non mi sembra una buona scelta, almeno razionalmente. Ma non voglio prendere in giro nessuno e all’occasione l’aiuto farmacologico fa la differenza. Avere un “sistema operativo” filosofico aiuta. Io sto provando con un approccio stoico con qualche successo, in alcuni casi. Meditare è un ottimo strumento, ma richiede dedizione e costanza. Lo consiglio a tutti. Mettere la propria vita in ordine è quello che funziona meglio. Non puoi ossessionarti per un problema che hai risolto. Fosse facile, in ogni caso troverai qualcos’altro per cui sbatterti. Un’alternativa per me è mangiare tanto cioccolato.

La verità è che la soluzione ancora non l’ho trovata. Scrivere mi aiuta, ecco il perché di questo post.

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