Inadeguatezza, mio padre e il bambino interiore

Questo è forse il post più personale che io abbia mai condiviso. Convincermi a scriverlo non è stato facile. Di questo do pieno credito ad un nuovo amico e a una domenica di noia che riempita di ottime parole mi ha finalmente convito a cristallizzare dei sentimenti di cui già ero a conoscenza, che erano perfino traspariti nella coscienza, ma che se non definisci chiaramente non sei in grado di accettare. In altre parole, questo post serve a dare un nome alle mie paranoie. A superarle, forse.

Parte I – Inadeguatezza

Questo è un dato di fatto. Quasi una costante matematica. Un sentimento che posso accostare a tutta la mia vita. Detto in parole povere: mi sento sempre, costantemente, inadeguato. Vi sarà capitato di trovarvi in uno stato d’animo del genere. Determinate situazioni sociali causano un certo imbarazzo, un certo stato di manchevolezza nell’interazione, o nel rapporto, con gli altri. Sono certo -altrimenti scrivetemi perché vorrei imparare da voi- che alcune circostanze vi abbiano fatto dubitare di voi, la domanda che associo a questo sentimento è: “sono abbastanza…?” Ecco, ora ripensate ad un momento in cui vi siete posti la stessa domanda e apprezza come vi faceva sentire la situazione. Adesso, immaginate di vivere in questo stato d’animo costantemente, ogni volta che interagite con qualsiasi essere umano. Fatto? Questa è più o meno la mia vita.

La conseguenza logica del senso di inadeguatezza è l’insicurezza. Vien da sé che non si può essere sicuri di sé, se non ci si sente a proprio agio con gli altri. Altrettanto naturale, è la risposta allo stimolo. Quando il dottore vi batteva sul ginocchio per testare i vostri riflessi -si chiama riflesso patellare se vi interessa- stimolava una reazione fisiologica involontaria. Anche i sentimenti, o gli stati d’animo portano con sé una reazione involontaria. Parlando per me, ci sono due reazioni all’insicurezza.

La prima prevede una totale chiusura verso il mondo. A nessuno stimolo è permesso entrare e, di ritorno, niente esce. È come costruire un muro di mattoni per proteggersi dall’esterno.

La seconda è all’estremo opposto. Si chiama arroganza. Per qualche tempo ho pensato che essere percepiti come arroganti fosse un problema degli altri. Come se, poiché difficilmente si incontra una persona molto sicura di sé stessa, l’individuo medio scambiasse questa sicurezza per ostentazione, ergo arroganza. Ma, per quanti mi costi ammetterlo, mi sbagliavo. L’arroganza è l’applicazione psicologia del principio della sovra compensazione. Ovvero, una legge naturale di risposta ad uno stress, meccanismo di sopravvivenza della specie. In parole semplici, alla percezione di insicurezza segue una reazione più forte nella direzione opposta. Più ti senti insicuro, più ostenti sicurezza. Ma poiché è una sicurezza apparente e senza fondamenta, viene percepita come arroganza.

In entrambe le situazioni, essere attorno ad una persona del genere non è piacevole. Circolo vizioso, direi.

Per capire l’origine di questa faccenda, però, dobbiamo fare un passo indietro. Entri pure mio padre.

Parte II – mio padre

A dispetto di quanto possiate pensare, la memoria non è un sistema architettato al fine di ricordare nel dettaglio avvenimenti già accaduti, ma un sofisticato meccanismo nato per impedirci di commettere nel futuro gli stessi errori commessi in passato. I ricordi, infatti, sono per lo più sbiaditi, sfocati e, nella maggior parte dei casi, le cose non sono andate affatto come vi sembra di ricordare. L’aspetto evolutivamente importante dei ricordi è permettere di tenere a mente delle lezioni. A riprova, la tendenza è quella di mantenere più vividi i ricordi negativi, rispetto a quelli positivi. Se l’ultima volta che avete messo la mano su un fuoco acceso vi siete scottati, lo ricorderete a lungo. Quindi, la vostra memoria non serve a proiettarvi nel passato ma a guidare i vostri comportamenti nel futuro.

Di mio padre non ho grandi ricordi. La quasi totalità sono memorie negative -scusa mamma, ma se mi rimproveri almeno saprò che leggi il mio blog- che contribuiscono alla lezione. I ricordi che ho puntano in una direzione: disapprovo il tuo comportamento. Lezione, di cui sopra, imparata: non sei abbastanza maturo, educato, disciplinato, in gamba, simpatico, affettuoso, generoso, intelligente, onesto, affidabile, etc. etc. per tuo padre. Quando l’uomo che ti ha creato non ti considera all’altezza, forse per estensione sei tentato di pensare lo stesso in ogni circostanza.

L’ultimo ricordo che ho di mio padre è il suo solito sguardo di rimprovero. Questa volta, però, non era come tutte le altre volte in cui gli bastava quello sguardo per farmi sentire una nullità. Questa volta c’era un fondo di terrore che in quel momento non capivo. Di lì a pochi minuti sarebbe finito tutto. Io non lo capivo, forse lui l’aveva intuito. Il resto è storia.

Racconto questa storia perché è funzionale a capire il motivo per il quale, nonostante io abbia ormai capito l’origine della mia insicurezza, faccia così fatica a superarla.

Parte III – il bambino interiore

Un buon terapeuta sarebbe in grado di individuare il problema e formulare una soluzione in tempi brevi. Parlare e risolvere i conflitti, dire quello che pensi e magari ammettere che non vi siete mai capiti. Ma che alla fine siete padre e figlio e si può rimediare ad anni di conflitto. Mia mamma dice sempre che avevamo le nostre divergenze, ma che crescendo mio padre avrebbe imparato ad apprezzarmi per quello che sono, con i miei difetti, ma anche con i miei pregi. Avremmo potuto avere una conversazione da adulti, allo stesso livello, e magari sarei stato io ad elevarmi. Ma spesso nella vita le occasioni non si hanno. Fatto sta, che con lui non ho celebrato nemmeno il mio più grande traguardo fino ad allora, la laurea.

Ora che ci penso, se mi fossi sentito apprezzato almeno una volta in più, se avessi sentito un sostegno, anche uno sguardo soddisfatto, forse le cose starebbero diversamente oggi. In ogni caso, il mio rapporto con mio padre si è fermato a diversi anni fa, senza che l’adulto che sono oggi avesse avuto modo di sostenere un confronto a pari livello.

Lo psicologo Carl Jung fu il primo a introdurre sul piano psicoanalitico una serie di archetipi, emergenti dall’inconscio collettivo, che sono presenti indissolubilmente nella psiche di tutti. Tra questi, c’è il bambino interiore. La psiche di ognuno di noi è popolata da un’entità quasi indipendente che riflette tutte le esperienze della giovane età. Questo bambino può essere felice, oppure può essere un bambino “abbandonato o orfano” che soffre perché solo e insicuro.

A questo punto, unire i puntini dovrebbe essere elementare. Da una parte, l’uomo che sono diventato non soffre di inadeguatezza e razionalmente non si sente solo né abbandonato. Dall’altra, però, l’eterno bambino resta indietro. C’è, e forse ci sarà sempre, quel bambino insicuro in cerca di un’approvazione che gli è stata negata fin dal principio. Resta un vuoto da colmare. Inevitabilmente, quella parte riaffiora e fa sentire la sua presenza, o per meglio dire, perdonate l’ossimoro, fa sentire la presenza del vuoto. È strano, essere consci di essere spaccati in due -o più- eppure non essere in grado di riconciliare le due componenti della psiche. L’uomo e il bambino sono lì, l’uno vicino all’altro. Il primo dovrebbe -come sarebbe sano accadesse- accogliere il primo e proteggerlo, pur mantenendo vivo lo spirito di meraviglia e avventura che è proprio solo dei bambini. Ma la fusione non può avvenire, una repulsione come gli stessi poli di un magnete impedisce il ricongiungimento, l’atto finale che porta alla completa realizzazione dell’essere umano.

Se le cose fossero andare diversamente, oggi forse avrei avuto il coraggio di dire la verità e finalmente liberarmi da questo peso. Trovare la completezza grazie ad un atto di valore verso mio padre. Avrebbe capito, magari. In ogni caso sarei stato libero. Ma le cose raramente vanno come si desidera, e bisogna fare i conti con la realtà.

D’altronde, se la mia vita fosse andata in modo diverso non sarei quello che sono ora.

 

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Un pensiero riguardo “Inadeguatezza, mio padre e il bambino interiore

  1. O genitori sono i peggiori distruttori dei figli. Giudici, tiranni e dominatori. A volte troppo affetto che soffoca e a volte troppo poco, una presenza assenza deformante. I figli non hanno difese e crescono arrampicsndosi dugli specchi e poi si conficcano gli specchi dentro le braccia e i poveri genitori chiedono al dottore “perchè nostro figlio si fa queste cose?” Genitori carnefici, sono la maggioranza.

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