Non sei abbastanza: la teoria dell’attaccamento

Nell’analizzare lo sviluppo della personalità di un essere umano, spesso si fa riferimento all’eterno dualismo tra natura ed esperienza (il termine nature vs. nurture rende meglio). In altre parole, se siano i nostri geni o le nostre esperienze a formare il carattere. È ormai chiaro che entrambi gli elementi giocano un ruolo decisivo nello sviluppo della personalità. Per quanto riguarda le esperienze, appaiono chiave quelle vissute in giovane età, da bambini.

Teoria dell’attaccamento

Descritta da John Bowlby, la teoria dell’attaccamento definisce le tipologie di legame che si formano tra figli e genitori durante il periodo dell’infanzia, con riferimento al lato dei figli. Senza entrare negli aspetti tecnici, alla base di questa teoria, c’è un assunto fondamentale: se un bambino cresce con un genitore che lo fa sentire sicuro ed accudito avrà un’identità sana e sarà in grado di sviluppare un attaccamento “sicuro” nei confronti dello stesso. Ovvero, avrà sempre la certezza di essere amato. In altre situazioni, quando le attenzioni del genitore sono discontinue o assenti, il bambino svilupperà un attaccamento “insicuro.” Quindi, non avrà la certezza di essere amato. I comportamenti risultanti sono ansia e timore. A questo possono aggiungersi comportamenti di “sovra compensazione” che ricalcano un pensiero per il quale “se non posso essere amato per quello che sono devo fare di tutto per migliorare,” essendo evidente che l’individuo che sono adesso non è sufficiente.

Sebbene io non sia uno psicologo, in questi ultimi mesi di introspezione sono giunto alla conclusione che proprio dalla situazione sopra descritta derivino gran parte delle mie insicurezze e dei miei comportamenti da adulto. Ho già parlato del rapporto con mio padre, ma per fini di chiarezza, riporterò brevemente la situazione.

Con mio padre non ho mai avuto un buon rapporto. Con lui non ho mai avuto una vera conversazione e posso affermare con certezza di non essermi mai sentito amato o apprezzato. Percezione e realtà sono certamente due cose diverse, ma per quanto riguarda la psiche sono perfettamente sovrapposte. Questo significa che sono cresciuto come un bambino ansioso, insicuro e nell’eterna lotta della sovra compensazione. Solo dopo la morte di mio padre alcuni anni fa ho iniziato a sbrogliare la matassa e solo ora sono arrivato a quello che credo essere il proverbiale nodo.

Poiché come abbiamo detto le esperienze che facciamo da bambini sono quelle che ci forgiano, letteralmente scolpendo le connessioni neurali nel nostro cervello, la mia situazione odierna non può essere che un riflesso del mio rapporto con mio padre.

Se ammettere di avere un problema è il primo passo per risolverlo, questo è il mio primo passo. Ormai nel pieno dell’età adulta, mi rendo conto quanto il mio passato incida sulla persona che sono diventato. Sebbene possa sembrare un po’ estremo, quello che sento è letteralmente un’incapacità di sentirmi amato e apprezzato. A livello logico lo capisco, ci sono persone che mi amano per quello che sono ma anche scrivendo queste righe non sono in grado di sentirlo veramente a livello emotivo. La parte di me che dice: “nessun può amarti” e “non sei abbastanza” è onnipresente. In nessuna relazione riesco davvero ad essere me stesso con la certezza di non essere escluso al primo errore. Uno sguardo o una parola sono in grado di far vacillare ogni singola certezza circa il mio rapporto con gli altri. Qui entra in gioco la sovra compensazione e i tentativi di provare a me stesso che posso essere migliore. Che quando avrò raggiunto questo o quell’altro obiettivo finalmente sarò degno di essere amato. Ma, tristemente, mi sono accorto che non è così. Non esiste un punto di arrivo, la validazione di una persona non può arrivare dall’esterno ma solo da sé stessi. Purtroppo, saperlo consciamente non è abbastanza.

Qui arriviamo al punto dolente, sono perfettamente conscio del problema e che il vuoto che sento sia il risultato della mia esperienza. Ma il mio subconscio, la parte del cervello più profonda che regola le emozioni e che è ancorata al bambino interiore non può capirlo. C’è qualcosa di ironico in tutto ciò. E così sono fermo in un limbo, consapevole eppure inerme, incapace di controllare le reazioni emotive come lo sono del battito del mio cuore. Il ritmo è stato settato tempo fa’ e non ho nessuna idea su come cambiarlo ora. Inerme.

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