La sfida Stoica – parte I

Sono le 19:58 minuti mentre mi siedo al PC che durante il giorno uso per lavorare per scrivere sull’inizio della mia esperienza stoica. Dopo due gocce dell’olio di CBD che tengo nel frigo e uso per rilassarmi con ottimi risultati, ho scelto di non procrastinare ed iniziare a raccontare il primo dei trenta giorni della sfida. Le dita scorrono veloci sulla tastiera rincorrendo i pensieri che ho paura sfuggano via come pulviscolo trascinato dal vento. E in questo stato d’animo, tra il meditabondo e l’irrequieto, inizio a raccontarvi questo mese.

Oggi ho iniziato la 30 Days Stoic Challenge. Questa sfida consiste in 30 prove diverse, una al giorno, da superare per andare oltre le proprie paure, debolezze e limiti. Ecco il resoconto del primo giorno.

La giornata è iniziata normalmente, solita sveglia, in motorino fino a lavoro e in ufficio per affrontare il monotono lunedì. Stavolta però stavo anche aspettando l’e-mail che mi avrebbe comunicato la prima prova da affrontare. Mentre cerco nuove idee per far guadagnare la mia azienda, il telefono mi comunica l’ennesima notifica. Lo prendo, sblocco lo schermo con l’impronta digitale e leggo il messaggio. Da Daily Stoic, ecco la prima prova: Svegliati un’ora prima del solito.

La prima impressione non mi spaventa. Sono abituato ad alzarmi piuttosto presto e lo faccio volentieri. Decido di uscire dall’ufficio e leggere con attenzione il testo della mail. Mi siedo al bar, con la poca gente intorno e un flebile via vai. La mail parla dell’importanza del “cogliere la giornata” con riferimenti familiari a Benjamin Franklin, Marco Aurelio e il nostro contemporaneo Jocko Willink. La sfida è accettata. Subito prendo il mio telefono, sveglia indietro di un’ora: domani suonerà alle 6 e mezza per il prossimo 29 giorni. Inizia il percorso stoico e non vedo l’ora di osservare la trasformazione lungo la via e scoprire come si può cambiare in solo un mese.

Ore dieci del secondo giorno, arriva la nuova mail: fai una doccia fredda. Subito penso: niente di nuovo. Sono per così dire abituato all’esperienza, essendo qualcosa che faccio almeno una volta a settimana. Questa volta però è diverso, mentre scorro la lista dei benefici di uno shock termico del genere, che conosco molto bene, mi rendo conto che stavolta non c’è nulla di programmato. Non ci sono le mie due o tre ore di sole prima della doccia, non è estate e soprattutto non ho scelto di farlo in un momento di tranquillità. Le istruzioni sono semplici, entra nella doccia direttamente sotto l’acqua fredda (solitamente passo dal caldo al freddo). Al lavoro, passo la giornata ad anticipare la pessima esperienza che mi aspetta. Ma curiosamente, l’anticipazione, come spesso accade, è peggiore dell’atto stesso. Così arrivo a casa, la prima cosa che faccio, senza pensare troppo, è spogliarmi, aprire il getto della doccia e girare la manopola al massimo verso il freddo. Ancora senza pensarci mi catapulto sotto l’acqua che scorre. Il primo pensiero: pensavo peggio. Non faccio una lunga doccia, 15 o 20 secondi di quello che chiamerei “discomfort” più che vera e propria sofferenza. Chiudo l’acqua, esco. Sono rinvigorito ed ho imparato qualcosa su me stesso e sulla vita.

Il terzo giorno è sulla riflessione. Prendi carta e penna e scrivi cinque cose per cui sei grato. Grandi o piccole. Ho sempre letto del praticare la gratitudine come un’arma potente, ma per pigrizia probabilmente non ho mai provato. Questa volta ho deciso di sedermi e buttare giù velocemente le cinque cose per cui sono più grato al momento. Non tutte sono necessariamente belle, la riflessione è proprio sull’accettare e amare le sfide della vita, Amor Fati. Quel pezzo di carta è stato con me tutto il giorno ed averlo in tasca ti fa pensare a queste cose di cui sei grato più volte durante la giornata, ricordando più volte di rendere grazie e amare quello che ti capita.

Il quarto giorno devi camminare per almeno un’ora. Non sono un avido camminatore, soprattutto senza musica o altre distrazioni come richiesto dalla sfida. Decido di intraprenderla durante la pausa pranzo al lavoro. Sono immerso nella città, purtroppo costretto a camminare tra cemento e macchine. La prima mezz’ora non è piacevole. La testa è piena di preoccupazioni e l’avventura è quasi noiosa. Poi qualcosa cambia, il cervello comincia a spostare il focus dall’interno all’esterno. Inizio ad osservare con attenzione, a esplorare. Al termine dell’ora ho persino voglia di continuare il viaggio. Ma è tardi e devo riprendere la giornata lavorativa. Camminare potrebbe diventare una nuova abitudine.

Il quinto giorno invita ancora alla riflessione. Questa volta ti spinge ad intraprendere un’abitudine che ho sempre visto di buon occhio ma mai, per pigrizia o per timore, iniziato. Tieni un diario e scrivi per almeno cinque minuti. L’invito è a farlo al mattino, pensando a quello che ti aspetta per trasportare i tuoi pensieri fuori dalla testa. Carta e penna. Imposto il timer e inizio un flusso di coscienza senza preoccuparmi dello stile o della grammatica. Ho scritto di tutto in soli cinque minuti. È incredibile quello che riesci a chiarire quando metti su carta i tuoi pensieri. Questo è il valore del tenere un diario: spiegare te stesso a te stesso, come solo un osservatore esterno può fare.

Il sesto giorno sembra semplice: non lamentarti. Non sono uno che si lamenta molto, ma qualche volta capita, per le grandi e piccole cose. In questa giornata, ma in realtà l’obiettivo è farne un’abitudine, non devi lamentarti di nulla. Posso dire che ho fallito da subito, era una giornata piovosa e, dovendo uscire mi sono lamentato, appunto, della pioggia. Sapevo sarebbe successo, ma l’importante è notare i propri comportamenti e pensieri per potermi cambiare. Da oggi cercherò di non lamentarmi più, accettando quello che mi succede.

Nel settimo giorno devi trovare cinque “role model” e descrivere le caratteristiche che ammiri. Questa volta è stato abbastanza semplice, nel corso del tempo ho pensato spesso alle persone che reputo i miei mentori, sia quelli vivi, sia quelli passati ma dai quali puoi attingere grazie ai libri. Scrivere le caratteristiche che ammiro di più è servito a ricordare, ancora una volta, quali sono i comportamenti ai quali voglio tendere.

Giorno otto: descrivi come sarebbero le cose se inseguissi il tuo sogno e fallissi. Mi siedo al tavolo del bar in pausa pranzo ed inizio a pensare a come sarebbe la mia vita se lasciassi il mio lavoro e mi dedicassi a tempo pieno al blog e alla mia passione. Poi cerco di immaginare cosa accadrebbe se fallissi. Lo scenario è ovviamente spaventoso. Se faccio riferimento alle mie esperienze passate in termini di fallimento, però, l’anticipazione è come spesso accade peggiore della realtà. Al termine dell’esercizio strappo il foglio, non sono ancora pronto. Ma sapete cosa? Va bene così, prima o poi sono sicuro che lo sarò.

Nel novo giorno la prova è sembra semplice: guarda le stelle per quindici minuti. Dico che sembra semplice perché l’esercizio è più complesso. Non basta osservare, è necessario pensare. Pensare al nostro posto nell’universo. Guardando l’immensità del cielo ti rendi conto di quanto sei piccolo in confronto all’infinito. Un ammasso di cellule su di un granello di polvere nel vuoto cosmico. Eppure, allo stesso tempo, riesci a comprendere che tutto è connesso. Siamo parte dello stesso infinito in cui abitiamo.

Giorno dieci e la prova consiste nel rimanere in silenzio per un’ora. Devo dire che è stato piuttosto semplice. Tant’è che prima ancora di leggere la mail giornaliera, che arriva alle dieci del mattino, avevo già passato un’ora, anzi quasi 3, senza parlare. L’obiettivo è quello di riflettere e comprendere che è meglio dire meno di quanto necessario che troppo. In effetti, spesso si apre bocca solo per abitudine, senza comunicare niente di importante.

Vai alla parte II >>>

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